Categorie
Jareya News Ranchi e Jharkhand

Ciao P. Albis

Dopo una dura lotta contro il Covid, questa notte ci ha lasciati P. Albis.

40 anni, era il preside della Nawa Maskal School.
Fu tra i primi ad accoglierci a Ranchi nel lontano 2011 e chiunque abbia partecipato a un campo non potrà scordare il suo sorriso.
Ci stringiamo alla sua famiglia e a tutta la comunità di Jareya.

Lo vogliamo ricordare con alcune foto scattate durante i campi Jarom negli ultimi anni.

Categorie
News Racconti dai campi

Indian Tapes _#18_#19_

Istruzioni per l’uso:

• Mettersi comodi e infilarsi le cuffiette
• Far partire la playlist (che trovi in fondo alla pagina) possibilmente con la canzone associata alla giornata che state per leggere
• Leggere tutto d’un fiato, così come è stato scritto dalla sottoscritta
• Se necessario rimettere la canzone da capo, chiudere gli occhi e immaginare.

Indian tapes #18 _ 22.08.2018

Oggi è stata l’ultima giornata intera passata in quel di Jareya. Abbiamo fatto le prove generali con i 750 bambini della scuola ed è stato abbastanza un fiasco. Ma siamo tutti molto positivi per domani. Anche se non sarà perfetto sarà una festa, un momento per trovarsi e incontrarsi e sentire i legami che si sono creati in questi 20 giorni. Oggi non ho molte parole da scrivere. Abbiamo fatto la verifica di fine campo e siamo state tre ore a fare condivisione di tutti i momenti belli e brutti di questa esperienza e ho già dato sfogo alla mia vena letteraria in quell’occasione.
Vorrei comunque riportare qui parte della condivisione: avevamo delle domande guida per aiutarci a non dimenticare nulla e delle domande generali. Tra queste quella che più mi ha spinto alla riflessione è stata “cosa ti rimane di questo campo?” Ecco: “di questo campo mi rimane molto. Posso quasi dire con serenità che mi piacciono i bambini. Mi hanno dato davvero tanto, perché mi hanno fatto sentire “accettata” nonostante non ci capissimo minimamente in nessuna lingua da noi conosciuta. Il gruppo invece mi ha insegnato per davvero che l’abito non fa il monaco e tutte queste facce e questi nomi che fino al 3 agosto non si matchavano neanche sono diventati individui unici e con mille sfaccettature che si scoprono giorno per giorno. Tutti molto diversi ma che riescono a lavorare bene e funzionare nonostante le diversità e le opinioni contrastanti per rendere questo campo bello, ma proprio bello.”
Domani sarà davvero il momento di mettere la parola FINE a questa esperienza e se da un lato necessito di una pausa da questi bimbi che si appendono alle tue braccia ogni volta che ti vedono, dall’altro so che mi mancherà il pane burro e zucchero a colazione e il correre alla scuola alle 8.35 per la preghiera cantata in hindi tutte le mattine.
Domani allo spettacolo i bimbi faranno mille cose, da piccole scenette a spiegazioni del BLS a danze occitane mischiate a danze mundari (mi sa che non ve l’ho mai detto ma il progetto di quest’anno con Jarom era duplice, da un lato danze popolari e dall’altra educazione sanitaria, giusto per farvi raccapezzare in questo fiume di parole). Anche noi quindi volevamo metterci del nostro e ringraziare mettendoci in gioco. Motivo per cui canteremo “La canzone del sole”. Vi sembrerà una scelta strana, ma alla fine chi è che non conosce “La canzone del sole”? È una canzone che unisce tutti noi italiani, anche di generazioni diverse, e ogni volta che ci si ritrova in gruppo con una chitarra è sempre la prima che si suona/canta per rompere il ghiaccio. La canzone di oggi è questa. Semplice e che sa di casa. Di schitarrate la domenica sera a San Maurizio, di amici intorno a un falò, di sere d’estate con l’arietta fresca che ti fa chiedere una felpa all’amico che vi ha invitato a cena. Semplice come la vita che abbiamo vissuto qui e che ha riempito i nostri occhi, le nostre menti e i nostri cuori per questi giorni e per quelli a venire.
Sono emozionata per domani. Non vedo l’ora di sentire gli applausi di tutti per tutti e vedere quei sorrisoni bianchi in contrasto con la pelle dei bimbi, che poi tanto diversa dalla nostra non è.

Indian tapes #19 _ 23.08.2018

Oggi è stato il giorno dei saluti. Abbiamo fatto il fatidico spettacolo dove ho avuto la parte della regista, che di per sé è già complicato quando hai 750 bambini da gestire, ma se poi il copione e la scaletta sono in Hindi il tutto si complica ulteriormente.

Nonostante difficoltà tecniche, bambine che ci han messo anni a mettere il saree e professori che vogliono cambiarti la scaletta all’ultimo minuto il tutto è andato bene, erano tutti felici e contenti e anche la nostra Canzone del sole è stata applaudita abbondantemente (nonostante abbiamo comunque sbagliato l’attacco a “le biciclette abbandonate sopra il prato e noi” come nelle 100 prove che abbiamo fatto ieri sera).
Allo spettacolo si sono susseguite millesettecento foto con bambini e professori per un ultimo grande saluto (vd. sotto).

Tornati in foresteria è stato il momento delle valigie, che è sempre un momento impegnativo: mettere in uno zaino i ricordi di 20 giorni così intensi non è facile, né tantomeno lo è pensare che non stiamo tornando a casa, ma ci aspettano 10 giorni di tour belli tosti.
Devo essere sincera, ho vissuto molto bene il campo e mi sono resa conto del fatto che mi stesse arricchendo giorno per giorno ma sul momento forse non avevo pensato potesse avere questo impatto e l’ho realizzato solo ora. Nel senso che vedevo tutto come se fossi lontana 3 metri e le cose le vivessi non in prima persona ma dall’alto, o come se le vedessi proiettate in una grande sala cinematografica, un po’ come la derealizzazione durante un attacco di panico per capirci.
Sommando queste sensazioni al fatto che già io, di mio, non sono molto emotiva non mi aspettavo che poi la partenza fosse così “spessa”.
Avevamo il treno alle 21.30 direzione Calcutta, quindi siamo andati insieme a Paolo e ai brothers a fare ancora cena vicino alla stazione per poi essere comodi e prendere direttamente il treno, nel viaggio sul mitico pullmino della scuola è successo il miracolo: quei ragazzi che non hanno aperto bocca per 20 giorni hanno deciso di perdere di vista la timidezza e cantare e scherzare con noi. Abbiamo cantato una canzone in Hindi a due voci (maschi e femmine) che abbiamo fatto fare ai bimbi dell’asilo e che ha mille gesti per spiegare come si piantano i ceci. Noi ovviamente non sapevamo le parole, ma solamente i suoni a forza di sentirla con i bimbi, eppure è stato bellissimo. Davvero uno dei momenti più felici di questo campo. C’era una presa bene generale che è stata coinvolgente ed emozionante, e dopo 20 giorni di silenzi e imbarazzi per la loro esagerata timidezza è stato bello vederli sciogliersi e divertirsi e sorridere insieme a noi.
La canzone di oggi è ovviamente questa, non potrebbe essere altrimenti, non so come si chiami, ma troverò il modo di allegarvi almeno il video della performance in pullmino perché ne vale davvero la pena.
Tutti questi comunque non erano ancora i saluti, dopo cena siamo andati alla stazione e davanti al binario 4 ci è stato detto “bene, iniziate pure a salutare”. E lì crisi nera. Nel senso che in India qualsiasi contatto è considerato “too much” soprattutto quando è tra maschio e femmina, non sto parlando di cose grosse ma semplici strette di mano o due baci sulle guance per salutare.
Quindi tutte noi alla frase dei saluti ci siamo bloccate guardandoci intorno del tipo “e ora? Facciamo ciao ciao con la manina da lontano? Facciamo un giro di saluti formali con strette di mano?”
Per fortuna con i nostri occhi spersi ci siamo rivolte verso i brothers cercando di cogliere qualche segnale e loro ci sono venuti incontro a braccia aperte richiedendo chiaramente un abbraccio e lì abbiamo capito che la nostra esuberanza e il nostro chiasso in fondo in fondo sarebbero mancati a tutti tra le mura della foresteria.
Non me lo aspettavo. Per niente. Dopo il primo abbraccio mi sono venuti gli occhi lucidi. Lì ho capito davvero che il bagaglio che ho riempito in questo campo non è una 24 ore con dentro il Mac e la Gazzetta dello sport, ma una di quelle valigie da aggiungere al bagaglio in stiva quando non ci stai dentro con il peso.
Ora sono su un treno indiano in terza classe che tra il rumore dei ventilatori e la puzza che entra dai finestrini cerco di prendere sonno per svegliarmi direttamente a Calcutta.
Sono stanca, morta.
Ma sono piena. Piena di occhi di bimbi che ti guardano senza capire, di bocche che comunque sorridono, di mani che ti vengono a cercare il braccio quando suona la campanella dell’ottavo periodo. Piena di emozioni, piena di esperienze, piena di cose che mai mi sarei aspettata e piena di voglia di tornarci davvero prima o poi in questo posto per riabbracciare Binod e dirgli “I told you I would be back”. 🙂

Trovi qui la playlist “Indian Tapes” per accompagnare la lettura:

Seguici sui nostri canali social per non perdere tutte le novità!

Categorie
News Racconti dai campi

Indian Tapes _#15_#16_#17_

Istruzioni per l’uso:

• Mettersi comodi e infilarsi le cuffiette
• Far partire la playlist (che trovi in fondo alla pagina) possibilmente con la canzone associata alla giornata che state per leggere
• Leggere tutto d’un fiato, così come è stato scritto dalla sottoscritta
• Se necessario rimettere la canzone da capo, chiudere gli occhi e immaginare.

Indian tapes #15 _ 19.08.2018

Oggi è stata una giornata no.
D’altronde fino ad ora vi ho raccontato solo cose belle o molto belle: emozioni forti, risate, gruppo, amicizia, condivisione. Ma non può essere sempre tutto al top.
La mattina è iniziata con il mio corpo che si è ribellato al cibo indiano, era ovvio che sarebbe successo, ci sono voluti 15 giorni ma è successo. Questo ha significato pasti a base di pane asciutto e riso in bianco, non vi dico che bontà (tra l’altro in India è molto comodo stare male, non devi neanche scombinare i piani dei cuochi per farti fare il riso in bianco visto che è la portata principale di ogni pasto di ogni giorno).
Essendo domenica è nuovamente giorno “libero”, ovvero in cui si fanno mille cose ma non nella scuola.
L’attività oggi è stata andare nei villaggi per incontrare le persone che ci vivono e che ci avrebbero accolto e portato in giro a vedere con i nostri occhi come sono i villaggi e cosa significa viverci. Ci siamo divisi in quattro gruppi e siamo andati in villaggi diversi. Al mio gruppo è toccato un accompagnatore che con l’inglese non ci andava proprio d’accordo, inoltre siamo arrivati in questo villaggio un po’ sperse e alla fine non è stato un bel momento. Mi sono sentita un pesce fuor d’acqua per tutto il pomeriggio e io ci sto da dio nell’acqua.
Tornate in foresteria tutti gli altri gruppi ci hanno raccontato di quanto fosse stata figa la loro gita, dei bimbi che li hanno accolti con ghirlande di fiori, dei capi villaggio e del momento chai (che per i profani è un tipo di tè con il latte molto tipico dell’India); quindi la già-non-magnifica esperienza ha subìto un colpo di frusta non indifferente. Infine il mio telefono mi ha ricordato che mi manca la microSD e che quindi avevo già la memoria piena, cosa che con 20 giorni di viaggio rimanenti non è una bella prospettiva. Quindi ho aperto la cartella WhatsApp images e ho iniziato a cancellare tutte le “foto minchiate” ricevute dai mille mila gruppi di cui faccio parte. Quando sono arrivata alle foto della Norvegia mi è venuta una nostalgia assurda. Trondheim, le Lofoten, MDSB, Cami e Fede, le cabin, Moholt e Steinan, il freddo e la neve.
Riassumendo è stata proprio una giornata no. Quindi oggi non ho canzoni. Sono triste. Sono sul letto a scrivere, in camera, da sola, sono stanca e non in forma.
Oggi c’è solo silenzio e rumore di grilli e cicale fuori dalla finestra con la zanzariera fissa di fronte al mio letto a castello.

Indian tapes #16 _ 20.08.2018

Mi sono pentita di non avervi consigliato una canzone ieri, quindi oggi ne avrete due.
La prima è di Alice D., una ragazza del mio gruppo che ha vissuto la disavventura dei villaggi di ieri con me. La canzone è “East Harlem” dei Beirut. Loro sono un gruppo indie folk americano e la canzone è una specie di ballata che racconta di una ragazza che aspetta e di situazioni che si ripetono. È un po’ malinconica e ad Alice la vita nei villaggi che abbiamo intravisto ieri le ha ricordato questa canzone. Il concetto del tempo ciclico, delle azioni che si ripetono, della vita scandita dal susseguirsi delle stagioni e dal lavoro nei campi. Le riunioni del villaggio divisi tra uomini e donne, le tradizioni come il lavaggio di mani e piedi agli ospiti, il sedersi tutti in cerchio su stuoie intrecciate stese sulla terra nuda. Sono tutte cose che Ali ha rivisto in questa canzone, e forse un pochino potrete immaginarle anche voi sentendola. La parola chiave in ogni caso è ASPETTARE, che il tempo faccia il suo corso, che le cose succedano e segnino il corso naturale degli eventi.
Scrivendo la canzone di Alice di rimando mi è venuta in mente “Some Nights” dei Fun. che nel testo ha alcune frasi che mi rispecchiano bene in questo momento.
“What are you waiting for?” è la prima. Sì, perchè a questo punto, a metà della mia permanenza in India che cosa mi aspetto? Che possa migliorare? Che possa andare peggio? Che sentirò la mancanza di casa? Che sarò triste di dover tornare? Non so rispondere. Forse non voglio neanche provarci. Perché in questo viaggio voglio liberarmi un po’ dai mille castelli che mi faccio sempre riguardo alle situazioni. Quindi “pensare meno e agire di più” è stato il motto con cui sono partita.
“Who am I?” è la seconda frase di questa canzone che mi ha acceso la lampadina. Sono partita, come vi ho appena detto, con l’intenzione di vivere alla giornata, ed effettivamente lo sto facendo. Mi stupisco di me stessa. Non ho internet, ho un solo cellulare vecchio che divido con altre due ragazze su cui ho un solo gruppo WhatsApp della mia famiglia per scrivere ogni giorno “ciao, sto bene” e mandare due foto. E sto bene così. L’idea di “mettere l’internet” sul mio telefono, ricevere tutti i messaggi dei gruppi, sprecare del tempo per leggerli e rispondere mi fa quasi sentir male. Sono contenta, mi sto disintossicando.
Non so in che giorno vivo e non vedo la necessità di doverlo sapere.
Forse avevo davvero bisogno di un’esperienza così.

Indian tapes #17 _ 21.08.2018

Manca davvero poco alla partenza da Jareya ed è iniziata la caccia a “chi manca nella rubrica Indian Tapes” per non dimenticare nessun componente di questo gruppone (probabilmente qualcuno lo dimenticherò comunque, quindi chiedo già scusa in partenza).
Nel frattempo penso sia anche arrivato il momento di spiegarvi geograficamente dove sono. Quando sono arrivata a Delhi (India del nord, al centro) ho preso un aereo per Ranchi (nord-est, stato del Jharkhand). Da Ranchi per arrivare alla foresteria, situata vicino ad un villaggio di nome Jareya, è necessario fare ancora 40 minuti in macchina (o pullmino se devi muovere 21 persone per volta). Questi 40 minuti sono principalmente percorsi sulla Tata Road, una strada molto grossa, che potremmo assimilare per funzione alle nostre tangenziali, molto pericolosa e lunghissima. Jareya è circa al 25esimo km della Tata Road da Ranchi.
Questa Tata Road è un’entità abbastanza difficile da immaginare senza averne percorso almeno un piccolo pezzo: per farvi un esempio il più comprensibile possibile la paragonerei ad un video game.
Ci sono due corsie, una per senso di marcia, divise da un’aiuola che funge da spartitraffico, quest’ultima è occasionalmente interrotta per permettere le svolte a destra e sinistra attraversando la corsia opposta. L’unico intoppo è che spesso e volentieri le strade secondarie in cui vuoi svoltare non sono in corrispondenza delle interruzioni dello spartitraffico, ma prima o dopo. Vi faccio un disegno per renderlo più comprensibile.

In india si prende sempre la strada più corta, perché si ha fretta di arrivare dove si deve arrivare a tutti i costi, anche se questa strada implica dei tratti più o meno consistenti in contromano. È tutto normalissimo. (Ah, per precisare, hanno fretta mentre viaggiano ma poi a fare qualsiasi cosa sono lentissimi e perdono una vagonata di tempo).
Le macchine in contromano sono solo una delle cose che bisogna schivare in GTA Tata Road Edition, ce ne sono poi molte altre: le mucche, che pascolano tranquillamente nelle aiuole spartitraffico e ogni tanto poi si stufano e attraversano la strada, i tuk tuk e le moto che fanno a zig zag tra le altre macchine ed in generale ogni mezzo che ti ritrovi davanti. Perché ogni corsia è larga da far passare due macchine in due corsie separate, teoricamente una per la crociera normale e una per il sorpasso, in pratica ognuno viaggia nella corsia che preferisce e nel senso di marcia che preferisce. Tutto in sicurezza.
Tutta questa mega introduzione per dirvi che la canzone di oggi me l’ha consigliata Federica e l’ha scelta durante un viaggio in Tata Road. Erano in macchina con Paolo (citato qui 12/08) e viaggiavano tra tutti questi ostacoli ascoltando la musica che aveva su chiavetta, che principalmente comprendeva Pino Daniele e gli U2. Ad un certo punto è passata “When love comes to town” e molti dei passeggeri non la conoscevano, ma essendo orecchiabile e ripetitiva son finiti a far finta di suonare una di quelle chitarre rosse fiammanti durante l’assolo, e tutti (proprio tutti) per un minuto hanno strizzato gli occhi e mosso rapidamente le dita sulle corde di quelle chitarre immaginarie. Paolo compreso.
Perché se per un minuto stacchi le mani dal volante per suonare strumenti finti in Tata Road è tutto normale. E non puoi fare altro che accettarlo e sperare di arrivare in foresteria sano e salvo, schivando tutti gli ostacoli e facendo il punteggio migliore al videogame.

Trovi qui la playlist “Indian Tapes” per accompagnare la lettura:

Seguici sui nostri canali social per non perdere le prossime puntate!

Categorie
News Racconti dai campi

Indian Tapes _#12_#13_#14_

Istruzioni per l’uso:

• Mettersi comodi e infilarsi le cuffiette
• Far partire la playlist (che trovi in fondo alla pagina) possibilmente con la canzone associata alla giornata che state per leggere
• Leggere tutto d’un fiato, così come è stato scritto dalla sottoscritta
• Se necessario rimettere la canzone da capo, chiudere gli occhi e immaginare.

Indian tapes #12 _ 16.08.2018

Oggi per i bimbi è vacanza. A noi sembra strano, solitamente il giorno stesso della festa si sta a casa e subito dopo si torna a scuola, qui si festeggia a scuola con parata, marcia etc. (vedi 15/08) e si fa vacanza il giorno successivo.
Quindi abbiamo avuto una giornata intera libera in cui Don Paolo ci ha portato in giro a conoscere un po’ il mondo fuori dalla foresteria. Siamo andati a Baghaicha. “Baghaicha” letteralmente è la parola in mundari (una delle lingue degli Adivasi) che indica il luogo del villaggio in cui tutto il villaggio si riunisce per discutere e prendere decisioni. Baghaicha dove siamo stati è invece una struttura/complesso gestito da gesuiti dove si riuniscono Adivasi e non, per discutere della situazione attuale del Jharkhand e dintorni. Vi ho accennato la situazione degli Adivasi nell’articolo del 14/08 e ora ve la spiego per bene.
Gli Adivasi sono la popolazione indigena dell’India, situata prevalentemente in Jharkhand, e risiede da secoli in queste terre ricche di risorse naturali, in particolare minerarie (dal carbone all’oro). Il governo vuole usufruire di queste risorse e quindi appropriarsi delle terre di queste popolazioni. L’intenzione del governo è quindi quella di allontanare gli Adivasi dalle proprie terre e per farlo durante il corso degli anni sono state adottate molte tecniche diverse, inizialmente metodi in cui la forza faceva da padrona, altro tentativo è stato la privazione, costruendo dighe per togliere l’acqua ai villaggi, ma per quanto questi metodi fossero bruti non sono riusciti a convincere la popolazione a lasciare le loro terre. Quindi ora il governo ha deciso di “giocare sporco” in maniera nascosta/velata, ovvero offrendo formazione gratuita e posti di lavoro ai giovani Adivasi, con la clausola che questo lavoro sia fuori dal Jharkhand. Questo per il semplice fatto che la popolazione Adivasi è molto compatta e perciò resistente, e l’unico modo per poterla attaccare è renderla debole, facendola da un lato diminuire di numero e dall’altro disgregandola in tanti sottogruppi e incitando l’odio tra essi.
Gli Adivasi non hanno una religione comune: esistono Adivasi cristiani, Adivasi hindu, Adivasi di altre religioni minori. Quello che il governo cerca di fare è istigare l’odio reciproco fra questi microgruppi, per togliere quella compattezza che è sempre stata il punto di forza di questa popolazione.
Il discorso è molto più ampio e complicato ma per oggi vi ho già buttato un bel secchio di realtà sugli occhi, quindi direi che posso smetterla.
Tutta questa storia mi ha colpito molto e fatto riflettere su quanto la mente degli esseri umani possa concepire delle strategie così infime e malvagie per ferire degli altri esseri umani. Per questo la canzone di oggi sarà “Imagine” di John Lennon. Potrà sembrare banale ma è quella che per me (e forse anche per moltissimi altri) rappresenta da sempre quella pace ideale a cui si dovrebbe aspirare, per un mondo migliore e soprattutto più umano.

Indian tapes #13 _ 17.08.2018

I bimbi sono tornati a scuola e noi alle nostre solite attività. Vi ho accennato che siamo 21 campisti. Per fare le attività nella scuola siamo divisi in gruppi e nel mio gruppo tra le varie componenti c’è Ester. Ester mi fa scassare dalle risate, è una ragazza piccolina ma che ha una personalità enorme, che quando entra nella stanza la senti dal momento in cui varca la soglia. Ha una voce che arriva a frequenze mai udite da orecchio umano, padroneggia l’inglese ad occhi chiusi ed ha solo tatuaggi di scritte in lingue straniere.
Dorme con altre tre ragazze nella stanza a fianco alla mia e, visto che le pareti sono fatte di cartapesta e le finestre sono tutte aperte per i 7000 gradi percepiti, tutte le sere mi sembra di partecipare alle loro conversazioni stando comodamente sdraiata nel mio letto. Ad esempio l’altra sera leggevano l’oroscopo di Brezsny e per fortuna una di loro è dei Gemelli così ho potuto ascoltare il mio oroscopo senza neanche dovermi sbattere per cercarlo. Diceva all’incirca così: “sii paziente ed accetta il pane e il burro che hai ora, arriverà a suo tempo il miele”. La cosa più buffa della situa è che qui la colazione è davvero pane e burro e devo essere paziente per poter mangiare qualcosa di meglio in futuro. Tutto questo non centra nulla ma volevo raccontarvelo, sorry not sorry.
In ogni caso ho deciso che la persona di oggi sarebbe stata lei perché mi incuriosiva molto quale potesse essere la sua scelta, ed eccola: “Let it be” dei Beatles. Perché sono Il Gruppo per eccellenza e perché da sempre li collega a ricordi con suo padre. La musica dei Beatles spesso unisce generazioni diverse, anche io e mio fratello conosciamo a memoria l’ordine dei pezzi di “ONE” che i miei genitori ci hanno fatto sentire in loop durante tutta la nostra infanzia.
Ester e suo padre adorano i Beatles, collezionano vinili e hanno alcune prime edizioni e fra tutte le loro canzoni “Leti t be” è la loro preferita. Perché let it be è un consiglio di vita, è una “word of wisdom”, è sempre un buon modo per prendere la vita.
Anche a me piace molto questa canzone e sicuramente è la mia preferita tra quelle dei Beatles. La musica è dolce e ti culla mentre ti suggerisce che lasciando andare le cose tutto andrà per il meglio. Devi solo “let it be”.

Indian tapes #14 _ 18.08.2018

Oggi è sabato. Secondo sabato da quando siamo arrivati. È assurdo che siano già passati 14 giorni. Davvero assurdo. Mi sento come se fossi in India da mesi e allo stesso tempo come se questo campo fosse iniziato solo tre giorni fa. È una sensazione strana ma parlando con le mie compagne ho scoperto che è ampiamente condivisa dal gruppo. Gruppo che negli ultimi giorni è andato incontro inevitabilmente a discussioni. Per la fine delle attività faremo uno spettacolo con tutti i bimbi della scuola e mettere d’accordo 21 teste non è cosa semplice. Non preoccupatevi, è tutto risolto, lo spettacolo è pronto e noi siamo tutte amiche come prima ma questi sono i rischi del mestiere.
Stamattina avevo scelto Giorgia B. per la canzone e le ho lasciato la giornata per rifletterci. Viste le discussioni e in generale il clima degli ultimi giorni Biagio (sì raga, questa è un’officina di soprannomi top) mi ha consigliato “Secondo me” di Brunori sas. In primis perché è una canzone che le piace molto, inoltre perché parla di tutte le contraddizioni che caratterizzano ognuno di noi. Come tutte quelle volte che giudichiamo qualcuno o qualcosa e facciamo i moralisti per cose che poi siamo i primi a fare/pensare. E molte volte, senza neanche pensarci/volerlo, mettiamo i nostri filtri davanti a tutte le opinioni degli altri e anche se ci sforziamo di abbattere questi filtri è molto difficile riuscirci.
Vivere in comunità ti permette di capire a pieno questa problematica. Pur cercando in ogni modo di mettersi nei panni dei tuoi compagni risulta difficile comprendere totalmente un punto di vista molto diverso dal tuo, perché quei panni che provi a mettere spesso e volentieri sono di una taglia troppo grande o troppo piccola o di un colore che è davvero un pugno in un occhio in contrasto con la tua pelle. Ma anche questo è adattamento e qui ci si adatta per forza: quando non hai più magliette pulite fai il giro delle camere a chiederne una che non sappia di umido e schifo, così come quando si discute si cerca di trovare un punto di incontro per raggiungere un obiettivo comune e oleare e far girare il meccanismo che si era per un secondo inceppato. Per adattamento però dovremmo davvero provarci a mettere quei panni stretti o togliere i filtri che abbiamo davanti agli occhi e alle orecchie (scegliete voi la metafora che più vi aggrada).
Il ritornello della canzone scelta da Biagio fa davvero riflettere, non voglio influenzarne il contenuto raccontandovelo, quindi riporto pari pari:
“Secondo me,
secondo me
io vedo il mondo solo secondo me

Secondo me,
secondo me
e scrivo al mondo solo secondo me
Chissà com’è
invece il mondo
visto da te
Chissà com’è
invece il mondo
secondo te”

Chissà com’è.

Trovi qui la playlist “Indian Tapes” per accompagnare la lettura:

Seguici sui nostri canali social per non perdere le prossime puntate!

Categorie
News

5×1000

Un gesto che non costa nulla, ma vale tanto.

Devolvendo il tuo 5×1000 a Jarom puoi aiutarci a garantire un’istruzione a oltre 800 bambini/e adivasi.

Basta solo inserire nell’apposito spazio del Modello 730 o del Modello Redditi il codice fiscale di Jarom: 97772510018. Noi garantiamo trasparenza e massimo impegno perchè niente vada sprecato.

Grazie!

Categorie
News Racconti dai campi

Indian Tapes _#9_#10_#11_

Istruzioni per l’uso:

• Mettersi comodi e infilarsi le cuffiette
• Far partire la playlist (che trovi in fondo alla pagina) possibilmente con la canzone associata alla giornata che state per leggere
• Leggere tutto d’un fiato, così come è stato scritto dalla sottoscritta
• Se necessario rimettere la canzone da capo, chiudere gli occhi e immaginare.

Indian tapes #9 _ 12.08.2018

Oggi è domenica.
È una settimana che siamo qui e mi sembra siano passati mesi e allo stesso tempo mi sembra ieri che abbiamo fatto quel viaggio impensabile di 44 ore. La domenica dovrebbe essere fatta per riposare ma qui vivendo in comunità non si può ovviamente pensare di stare a cazzeggiare nel letto per riprendere le forze.
Forse non vi ho ancora spiegato com’è la vita in questo posto ed è arrivato il momento di farlo. Siamo 21 campisti che “mandati” da Jarom Onlus si occupano di progetti all’interno della Nawa Maskal School a Jareya (vicino a Ranchi, nello stato del Jharkhand, nel nord-est dell’India per localizzarci sul mappamondo). Siamo ospitati nella foresteria a fianco della scuola gestita da Don Paolo e dai ragazzi indiani che vivono con lui, alcuni frati e alcuni novizi che stanno studiando per prendere i voti.
La vita in comunità non è semplice. Già non è semplice in Italia, figuriamoci qui dove siamo 20 ragazze campiste (sì, c’è un solo pover’uomo di cui vi parlerò prossimamente) e una quindicina di ragazzi indiani. Un gruppo di persone che sono diverse in tutto e per tutto e devono condividere spazi con la barriera della lingua e quella ancor più ingombrante della cultura. Per fortuna abbiamo Don Paolo che tra una battuta e l’altra si destreggia tra italiano, inglese e hindi per spiegare tutto a tutti senza fraintendimenti e far funzionare le cose. E ci riesce.
Paolo non vuole essere chiamato “Father” o “Don”, i nomignoli invece più quotati sono “Pablo”, “Paul” o “Pà”. Mi fa scassare. Ed è davvero piacevole fare due chiacchere con lui. L’altra sera stavo raccontando della rubrica e ovviamente gli ho detto che prima o poi sarebbe stato interpellato.
Oggi è arrivato il fatidico giorno e la sua canzone è “I still haven’t found what I’m looking for” degli U2. L’ho trovato in cucina a tagliare a pezzi una mucca per poi farne salsicce (sì, qui si fa tutto come una volta, anche tagliare una mucca intera, di quelle che allevano a 50 mt dalla foresteria. È un lavoro necessario per sfamare tutti e Paolo si occupa pure di questo), e abbiamo rimandato la spiegazione della scelta della canzone a un momento più tranquillo. Così nella pausa di decompressione pre-nanna sotto il porticato, nella quale si alterna la posta del cuore a discussioni di politica ed economia, mi ha portato un foglietto con il titolo e mi si è seduto a fianco a raccontare. Anni fa ha fatto un video con questa canzone di sottofondo per raccontare il suo primo periodo in India nel quale girava nei villaggi e si immergeva per la prima volta in questa realtà così diversa ed eterogenea che caratterizza questo paese. Qui tutti cercano qualcosa e lo continuano a cercare perché evidentemente non l’hanno ancora trovato. L’esempio lampante sono le religioni: in India ci sono induisti, sikh, buddisti, musulmani e cristiani (e parliamo solo delle religioni “grandi” e ben conosciute ai più), per non parlare di tutte le religioni minori presenti in villaggi e comunità più isolati. Questo è un chiaro esempio di come si stia cercando una risposta a qualcosa e di come ogni religione suggerisca una soluzione che evidentemente non è quella finale che può soddisfare tutti, altrimenti non nascerebbe ogni tre per due un nuovo Credo.
La religione è solo uno dei tanti esempi che si potrebbero fare; l’India è davvero un mondo pieno di contraddizioni. È grande, caotica, con vette con ghiacciai e spiagge di sabbia bianca, quartieri poverissimi e templi d’oro. Un mondo in cui ognuno cerca di vivere e/o sopravvivere nel migliore dei modi affidandosi a un Dio che prende mille nomi differenti; cercando una strada che porti in luoghi diversi che possano essere casa o in quei luoghi che già sono casa per sentirli più tuoi.
Tutti stanno cercando qualcosa, anche noi venendo qui siamo caduti in questa trappola e dobbiamo rassegnarci alla verità che, nonostante tutto, la ricerca non è ancora finita.

Indian tapes #10 _ 14.08.2018

Da quando ho iniziato a raccontare di Dischirotti e della rubrica tutti mi dicono “Virgi guarda che se vuoi io ho una canzone che andrebbe proprio bene!”. Che gioia vedere la gente gasata quanto me per questo progetto!
Alice C, detta anche Cereali (che per inciso è il soprannome più figo della storia), è una delle prime che mi ha detto la frase sopracitata quindi sarà la prima a usufruire del suo spazio in questa rubrica per raccontare la sua canzone.
La sua scelta è stata “Spirit bird” di Xavier Rudd. Facendo un mega riassunto: prima di partire Alice lungimirante ha scaricato un po’ di musica a caso dall’account di Amazon Prime Music del suo ragazzo per avercela offline. Tra le varie canzoni ha scaricato anche questa, non conoscendola, e quando l’ha sentita la prima volta (in aeroporto aspettando la coincidenza per Delhi) ha pianto. Specifichiamo: Ali piange per moltissime cose, in particolare per i bambini. Nella canzone ad un certo punto parte un coro di bimbi e probabilmente tra la stanchezza e la sua solita inclinazione alle lacrime facili questo è stato il risultato.
Xavier Rudd è un polistrumentista australiano e la storia di questa canzone è super affascinante. Si trovava nel mezzo del deserto australiano quando si è trovato davanti questo “spirit bird”, un uccello molto raro che gli ha fatto pensare a tutta la storia che può esserci dietro un luogo. Ha iniziato a pensare a quante persone sono passate in un certo posto e a tutte gli eventi che hanno vissuto e a come tutte queste cose con il tempo vengano perse.
“Keep fighting for your culture” è la frase che si ripete verso la fine. Per far sì che tutte queste storie e tradizioni non vengano perse occorre continuare a lottare per la propria cultura. E questo lo si può applicare alla realtà in cui stiamo vivendo ora. Qua a Jareya e in tutto lo stato del Jharkhand ci sono moltissimi Adivasi che sono la popolazione indigena indiana, che, per semplificare all’osso, corrisponde agli aborigeni australiani o agli indiani d’America. Gli Adivasi abitano in un territorio ricco di risorse minerarie di cui il governo vuole appropriarsi. Per far ciò stanno cercando di screditare la loro cultura e di farli scomparire poco alla volta. Quindi “keep fighting for your culture” è esattamente quello che la popolazione Adivasi sta facendo.
Jarom Onlus abbraccia questa causa e i nostri campi hanno come obiettivo proprio questo: uno scambio culturale Italia-India che possa aiutare i bimbi a ricordarsi e praticare le loro tradizioni, con balli e canti popolari e non solo, e a continuare a farlo per non far sparire per sempre una cultura.

Indian tapes #11 _ 15.08.2018

“15 Agosto” per tutti noi italiani significa Ferragosto (che per proprietà transitiva significa grigliatona).
Per i cristiani è il giorno dell’assunzione di Maria, per i cinesi la festa degli innamorati, per gli indiani l’Indipendence Day, ovvero il giorno in cui nel 1947 l’India è diventata indipendente dal governo inglese. Per questo motivo si fa una grande festa in tutte le scuole e le piazze a cui ovviamente noi abbiamo partecipato come ospiti d’onore: ci hanno appuntato delle coccarde sulle maglie e ci hanno fatto sedere in tribuna, subito dietro preside e vicepreside. Le “regole” per celebrare/festeggiare l’Indipendence Day sono uguali in tutta l’India: ci deve essere la cerimonia dell’alzabandiera prima delle 8.00, deve essere cantato l’inno e la bandiera deve essere abbassata prima che cali il sole. Tutto il resto può essere aggiunto a piacere, per esempio qui hanno organizzato una specie di parata condita con canti, balli e scenette per la durata di circa tre ore. Ad essere sincera è stato tutto molto trash, come d’altronde è qualsiasi cosa in India, a partire dalle case, per passare alle canzoni, agli abiti tradizionali e a tutto ciò che potete immaginare chiassoso e colorato.
Per rimanere assolutamente nel tema ho deciso che la canzone di oggi sarebbe stata l’inno dell’India.
Il testo e la musica sono di Rabindranath Tagore, Premio Nobel per la letteratura del 1913. Il testo consiste nella prima delle cinque strofe del poema di Tagore, scritto in lingua bengalese, l’inno è molto breve, tant’è che i bimbi della scuola lo cantano ogni mattina dopo la preghiera. La versione che vi aggiungo è assolutamente diversa da quella che ho “imparato” io con i bimbi, perché è molto più smielata e lagnosa, però in ogni caso non posso fare a meno di cantare sul finale “Jaya eh, jaya eh, jaya jaya jaya jaya eh!”

Trovi qui la playlist “Indian Tapes” per accompagnare la lettura:

Seguici sui nostri canali social per non perdere le prossime puntate!