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Jareya News

Anche il Cesar Silai Center è su Instagram!

Il César Silai Centre è stato avviato nel quartiere di Kumhar Toli a Ranchi nel 2004 con il duplice scopo di dare formazione professionale e attivare una produzione di manufatti tessili etici.

Da anni come Jarom sosteniamo questo progetto, anche grazie alla presenza del negozio a Jareya. Se siete interessati/e e volete saperne di più vi invitiamo a seguire le attività della sartoria sulla pagina Instagram @cesarsilaicentre!

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News

Agende Jarom 2022

Le Agende 2022 firmate Jarom vi stanno aspettando!

Anche quest’anno nel formato 18×11 cm, sia orizzontale che verticale, come mostrato nelle foto sottostanti.

Perfetta come regalo per amici e parenti, il ricavato andrà a sostenere i nostri progetti in India!

Cosa aspetti? Scrivici a info@jarom.org o sui nostri canali Instagram e Facebook per averla!

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News

Collective Projects 2021/22: nuova collaborazione tra Jarom e l’ESCP Business School

Venerdì 12 novembre 2021 siamo stati all’ESCP Turin Campus per partecipare all’evento di inaugurazione dei Collective Projects 2021/22. Si tratta di progetti di lavoro di squadra per gli studenti e le studentesse del secondo anno del corso di laurea in Management (BSc) alla ESCP Business School, in collaborazione con aziende e organizzazioni che sottopongono ai team un problema/necessità reale di cui occuparsi.

Nei prossimi cinque mesi sei studenti/esse internazionali, provenienti dal Belgio, Francia, Germania, Libano e Svizzera, aiuteranno Jarom in un ambizioso progetto che riguarda la pubblicazione e promozione di un libro illustrato di favole tradizionali Munda. In particolare con questo progetto l’Associazione Jarom mira a creare una documentazione scritta che aiuti a preservare il patrimonio culturale dei Munda, il quale viene trasmesso perlopiù oralmente, e allo stesso tempo che possa far sperimentare il piacere della lettura nella propria lingua madre ai bambini/e Munda, mantenendoli vicini alle proprie radici culturali.

Questa pubblicazione inoltre permetterà di instaurare un ponte interculturale tra Italia ed India attraverso la promozione e distribuzione del libro in Italia e l’organizzazione di letture laboratoriali nelle scuole.

Seguiteci per scoprire di più su questo progetto e sulla collaborazione con il team ESCP!

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Jareya News Ranchi e Jharkhand

Ciao P. Albis

Dopo una dura lotta contro il Covid, questa notte ci ha lasciati P. Albis.

40 anni, era il preside della Nawa Maskal School.
Fu tra i primi ad accoglierci a Ranchi nel lontano 2011 e chiunque abbia partecipato a un campo non potrà scordare il suo sorriso.
Ci stringiamo alla sua famiglia e a tutta la comunità di Jareya.

Lo vogliamo ricordare con alcune foto scattate durante i campi Jarom negli ultimi anni.

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News Racconti dai campi

Indian Tapes _#18_#19_

Istruzioni per l’uso:

• Mettersi comodi e infilarsi le cuffiette
• Far partire la playlist (che trovi in fondo alla pagina) possibilmente con la canzone associata alla giornata che state per leggere
• Leggere tutto d’un fiato, così come è stato scritto dalla sottoscritta
• Se necessario rimettere la canzone da capo, chiudere gli occhi e immaginare.

Indian tapes #18 _ 22.08.2018

Oggi è stata l’ultima giornata intera passata in quel di Jareya. Abbiamo fatto le prove generali con i 750 bambini della scuola ed è stato abbastanza un fiasco. Ma siamo tutti molto positivi per domani. Anche se non sarà perfetto sarà una festa, un momento per trovarsi e incontrarsi e sentire i legami che si sono creati in questi 20 giorni. Oggi non ho molte parole da scrivere. Abbiamo fatto la verifica di fine campo e siamo state tre ore a fare condivisione di tutti i momenti belli e brutti di questa esperienza e ho già dato sfogo alla mia vena letteraria in quell’occasione.
Vorrei comunque riportare qui parte della condivisione: avevamo delle domande guida per aiutarci a non dimenticare nulla e delle domande generali. Tra queste quella che più mi ha spinto alla riflessione è stata “cosa ti rimane di questo campo?” Ecco: “di questo campo mi rimane molto. Posso quasi dire con serenità che mi piacciono i bambini. Mi hanno dato davvero tanto, perché mi hanno fatto sentire “accettata” nonostante non ci capissimo minimamente in nessuna lingua da noi conosciuta. Il gruppo invece mi ha insegnato per davvero che l’abito non fa il monaco e tutte queste facce e questi nomi che fino al 3 agosto non si matchavano neanche sono diventati individui unici e con mille sfaccettature che si scoprono giorno per giorno. Tutti molto diversi ma che riescono a lavorare bene e funzionare nonostante le diversità e le opinioni contrastanti per rendere questo campo bello, ma proprio bello.”
Domani sarà davvero il momento di mettere la parola FINE a questa esperienza e se da un lato necessito di una pausa da questi bimbi che si appendono alle tue braccia ogni volta che ti vedono, dall’altro so che mi mancherà il pane burro e zucchero a colazione e il correre alla scuola alle 8.35 per la preghiera cantata in hindi tutte le mattine.
Domani allo spettacolo i bimbi faranno mille cose, da piccole scenette a spiegazioni del BLS a danze occitane mischiate a danze mundari (mi sa che non ve l’ho mai detto ma il progetto di quest’anno con Jarom era duplice, da un lato danze popolari e dall’altra educazione sanitaria, giusto per farvi raccapezzare in questo fiume di parole). Anche noi quindi volevamo metterci del nostro e ringraziare mettendoci in gioco. Motivo per cui canteremo “La canzone del sole”. Vi sembrerà una scelta strana, ma alla fine chi è che non conosce “La canzone del sole”? È una canzone che unisce tutti noi italiani, anche di generazioni diverse, e ogni volta che ci si ritrova in gruppo con una chitarra è sempre la prima che si suona/canta per rompere il ghiaccio. La canzone di oggi è questa. Semplice e che sa di casa. Di schitarrate la domenica sera a San Maurizio, di amici intorno a un falò, di sere d’estate con l’arietta fresca che ti fa chiedere una felpa all’amico che vi ha invitato a cena. Semplice come la vita che abbiamo vissuto qui e che ha riempito i nostri occhi, le nostre menti e i nostri cuori per questi giorni e per quelli a venire.
Sono emozionata per domani. Non vedo l’ora di sentire gli applausi di tutti per tutti e vedere quei sorrisoni bianchi in contrasto con la pelle dei bimbi, che poi tanto diversa dalla nostra non è.

Indian tapes #19 _ 23.08.2018

Oggi è stato il giorno dei saluti. Abbiamo fatto il fatidico spettacolo dove ho avuto la parte della regista, che di per sé è già complicato quando hai 750 bambini da gestire, ma se poi il copione e la scaletta sono in Hindi il tutto si complica ulteriormente.

Nonostante difficoltà tecniche, bambine che ci han messo anni a mettere il saree e professori che vogliono cambiarti la scaletta all’ultimo minuto il tutto è andato bene, erano tutti felici e contenti e anche la nostra Canzone del sole è stata applaudita abbondantemente (nonostante abbiamo comunque sbagliato l’attacco a “le biciclette abbandonate sopra il prato e noi” come nelle 100 prove che abbiamo fatto ieri sera).
Allo spettacolo si sono susseguite millesettecento foto con bambini e professori per un ultimo grande saluto (vd. sotto).

Tornati in foresteria è stato il momento delle valigie, che è sempre un momento impegnativo: mettere in uno zaino i ricordi di 20 giorni così intensi non è facile, né tantomeno lo è pensare che non stiamo tornando a casa, ma ci aspettano 10 giorni di tour belli tosti.
Devo essere sincera, ho vissuto molto bene il campo e mi sono resa conto del fatto che mi stesse arricchendo giorno per giorno ma sul momento forse non avevo pensato potesse avere questo impatto e l’ho realizzato solo ora. Nel senso che vedevo tutto come se fossi lontana 3 metri e le cose le vivessi non in prima persona ma dall’alto, o come se le vedessi proiettate in una grande sala cinematografica, un po’ come la derealizzazione durante un attacco di panico per capirci.
Sommando queste sensazioni al fatto che già io, di mio, non sono molto emotiva non mi aspettavo che poi la partenza fosse così “spessa”.
Avevamo il treno alle 21.30 direzione Calcutta, quindi siamo andati insieme a Paolo e ai brothers a fare ancora cena vicino alla stazione per poi essere comodi e prendere direttamente il treno, nel viaggio sul mitico pullmino della scuola è successo il miracolo: quei ragazzi che non hanno aperto bocca per 20 giorni hanno deciso di perdere di vista la timidezza e cantare e scherzare con noi. Abbiamo cantato una canzone in Hindi a due voci (maschi e femmine) che abbiamo fatto fare ai bimbi dell’asilo e che ha mille gesti per spiegare come si piantano i ceci. Noi ovviamente non sapevamo le parole, ma solamente i suoni a forza di sentirla con i bimbi, eppure è stato bellissimo. Davvero uno dei momenti più felici di questo campo. C’era una presa bene generale che è stata coinvolgente ed emozionante, e dopo 20 giorni di silenzi e imbarazzi per la loro esagerata timidezza è stato bello vederli sciogliersi e divertirsi e sorridere insieme a noi.
La canzone di oggi è ovviamente questa, non potrebbe essere altrimenti, non so come si chiami, ma troverò il modo di allegarvi almeno il video della performance in pullmino perché ne vale davvero la pena.
Tutti questi comunque non erano ancora i saluti, dopo cena siamo andati alla stazione e davanti al binario 4 ci è stato detto “bene, iniziate pure a salutare”. E lì crisi nera. Nel senso che in India qualsiasi contatto è considerato “too much” soprattutto quando è tra maschio e femmina, non sto parlando di cose grosse ma semplici strette di mano o due baci sulle guance per salutare.
Quindi tutte noi alla frase dei saluti ci siamo bloccate guardandoci intorno del tipo “e ora? Facciamo ciao ciao con la manina da lontano? Facciamo un giro di saluti formali con strette di mano?”
Per fortuna con i nostri occhi spersi ci siamo rivolte verso i brothers cercando di cogliere qualche segnale e loro ci sono venuti incontro a braccia aperte richiedendo chiaramente un abbraccio e lì abbiamo capito che la nostra esuberanza e il nostro chiasso in fondo in fondo sarebbero mancati a tutti tra le mura della foresteria.
Non me lo aspettavo. Per niente. Dopo il primo abbraccio mi sono venuti gli occhi lucidi. Lì ho capito davvero che il bagaglio che ho riempito in questo campo non è una 24 ore con dentro il Mac e la Gazzetta dello sport, ma una di quelle valigie da aggiungere al bagaglio in stiva quando non ci stai dentro con il peso.
Ora sono su un treno indiano in terza classe che tra il rumore dei ventilatori e la puzza che entra dai finestrini cerco di prendere sonno per svegliarmi direttamente a Calcutta.
Sono stanca, morta.
Ma sono piena. Piena di occhi di bimbi che ti guardano senza capire, di bocche che comunque sorridono, di mani che ti vengono a cercare il braccio quando suona la campanella dell’ottavo periodo. Piena di emozioni, piena di esperienze, piena di cose che mai mi sarei aspettata e piena di voglia di tornarci davvero prima o poi in questo posto per riabbracciare Binod e dirgli “I told you I would be back”. 🙂

Trovi qui la playlist “Indian Tapes” per accompagnare la lettura:

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News Racconti dai campi

Indian Tapes _#15_#16_#17_

Istruzioni per l’uso:

• Mettersi comodi e infilarsi le cuffiette
• Far partire la playlist (che trovi in fondo alla pagina) possibilmente con la canzone associata alla giornata che state per leggere
• Leggere tutto d’un fiato, così come è stato scritto dalla sottoscritta
• Se necessario rimettere la canzone da capo, chiudere gli occhi e immaginare.

Indian tapes #15 _ 19.08.2018

Oggi è stata una giornata no.
D’altronde fino ad ora vi ho raccontato solo cose belle o molto belle: emozioni forti, risate, gruppo, amicizia, condivisione. Ma non può essere sempre tutto al top.
La mattina è iniziata con il mio corpo che si è ribellato al cibo indiano, era ovvio che sarebbe successo, ci sono voluti 15 giorni ma è successo. Questo ha significato pasti a base di pane asciutto e riso in bianco, non vi dico che bontà (tra l’altro in India è molto comodo stare male, non devi neanche scombinare i piani dei cuochi per farti fare il riso in bianco visto che è la portata principale di ogni pasto di ogni giorno).
Essendo domenica è nuovamente giorno “libero”, ovvero in cui si fanno mille cose ma non nella scuola.
L’attività oggi è stata andare nei villaggi per incontrare le persone che ci vivono e che ci avrebbero accolto e portato in giro a vedere con i nostri occhi come sono i villaggi e cosa significa viverci. Ci siamo divisi in quattro gruppi e siamo andati in villaggi diversi. Al mio gruppo è toccato un accompagnatore che con l’inglese non ci andava proprio d’accordo, inoltre siamo arrivati in questo villaggio un po’ sperse e alla fine non è stato un bel momento. Mi sono sentita un pesce fuor d’acqua per tutto il pomeriggio e io ci sto da dio nell’acqua.
Tornate in foresteria tutti gli altri gruppi ci hanno raccontato di quanto fosse stata figa la loro gita, dei bimbi che li hanno accolti con ghirlande di fiori, dei capi villaggio e del momento chai (che per i profani è un tipo di tè con il latte molto tipico dell’India); quindi la già-non-magnifica esperienza ha subìto un colpo di frusta non indifferente. Infine il mio telefono mi ha ricordato che mi manca la microSD e che quindi avevo già la memoria piena, cosa che con 20 giorni di viaggio rimanenti non è una bella prospettiva. Quindi ho aperto la cartella WhatsApp images e ho iniziato a cancellare tutte le “foto minchiate” ricevute dai mille mila gruppi di cui faccio parte. Quando sono arrivata alle foto della Norvegia mi è venuta una nostalgia assurda. Trondheim, le Lofoten, MDSB, Cami e Fede, le cabin, Moholt e Steinan, il freddo e la neve.
Riassumendo è stata proprio una giornata no. Quindi oggi non ho canzoni. Sono triste. Sono sul letto a scrivere, in camera, da sola, sono stanca e non in forma.
Oggi c’è solo silenzio e rumore di grilli e cicale fuori dalla finestra con la zanzariera fissa di fronte al mio letto a castello.

Indian tapes #16 _ 20.08.2018

Mi sono pentita di non avervi consigliato una canzone ieri, quindi oggi ne avrete due.
La prima è di Alice D., una ragazza del mio gruppo che ha vissuto la disavventura dei villaggi di ieri con me. La canzone è “East Harlem” dei Beirut. Loro sono un gruppo indie folk americano e la canzone è una specie di ballata che racconta di una ragazza che aspetta e di situazioni che si ripetono. È un po’ malinconica e ad Alice la vita nei villaggi che abbiamo intravisto ieri le ha ricordato questa canzone. Il concetto del tempo ciclico, delle azioni che si ripetono, della vita scandita dal susseguirsi delle stagioni e dal lavoro nei campi. Le riunioni del villaggio divisi tra uomini e donne, le tradizioni come il lavaggio di mani e piedi agli ospiti, il sedersi tutti in cerchio su stuoie intrecciate stese sulla terra nuda. Sono tutte cose che Ali ha rivisto in questa canzone, e forse un pochino potrete immaginarle anche voi sentendola. La parola chiave in ogni caso è ASPETTARE, che il tempo faccia il suo corso, che le cose succedano e segnino il corso naturale degli eventi.
Scrivendo la canzone di Alice di rimando mi è venuta in mente “Some Nights” dei Fun. che nel testo ha alcune frasi che mi rispecchiano bene in questo momento.
“What are you waiting for?” è la prima. Sì, perchè a questo punto, a metà della mia permanenza in India che cosa mi aspetto? Che possa migliorare? Che possa andare peggio? Che sentirò la mancanza di casa? Che sarò triste di dover tornare? Non so rispondere. Forse non voglio neanche provarci. Perché in questo viaggio voglio liberarmi un po’ dai mille castelli che mi faccio sempre riguardo alle situazioni. Quindi “pensare meno e agire di più” è stato il motto con cui sono partita.
“Who am I?” è la seconda frase di questa canzone che mi ha acceso la lampadina. Sono partita, come vi ho appena detto, con l’intenzione di vivere alla giornata, ed effettivamente lo sto facendo. Mi stupisco di me stessa. Non ho internet, ho un solo cellulare vecchio che divido con altre due ragazze su cui ho un solo gruppo WhatsApp della mia famiglia per scrivere ogni giorno “ciao, sto bene” e mandare due foto. E sto bene così. L’idea di “mettere l’internet” sul mio telefono, ricevere tutti i messaggi dei gruppi, sprecare del tempo per leggerli e rispondere mi fa quasi sentir male. Sono contenta, mi sto disintossicando.
Non so in che giorno vivo e non vedo la necessità di doverlo sapere.
Forse avevo davvero bisogno di un’esperienza così.

Indian tapes #17 _ 21.08.2018

Manca davvero poco alla partenza da Jareya ed è iniziata la caccia a “chi manca nella rubrica Indian Tapes” per non dimenticare nessun componente di questo gruppone (probabilmente qualcuno lo dimenticherò comunque, quindi chiedo già scusa in partenza).
Nel frattempo penso sia anche arrivato il momento di spiegarvi geograficamente dove sono. Quando sono arrivata a Delhi (India del nord, al centro) ho preso un aereo per Ranchi (nord-est, stato del Jharkhand). Da Ranchi per arrivare alla foresteria, situata vicino ad un villaggio di nome Jareya, è necessario fare ancora 40 minuti in macchina (o pullmino se devi muovere 21 persone per volta). Questi 40 minuti sono principalmente percorsi sulla Tata Road, una strada molto grossa, che potremmo assimilare per funzione alle nostre tangenziali, molto pericolosa e lunghissima. Jareya è circa al 25esimo km della Tata Road da Ranchi.
Questa Tata Road è un’entità abbastanza difficile da immaginare senza averne percorso almeno un piccolo pezzo: per farvi un esempio il più comprensibile possibile la paragonerei ad un video game.
Ci sono due corsie, una per senso di marcia, divise da un’aiuola che funge da spartitraffico, quest’ultima è occasionalmente interrotta per permettere le svolte a destra e sinistra attraversando la corsia opposta. L’unico intoppo è che spesso e volentieri le strade secondarie in cui vuoi svoltare non sono in corrispondenza delle interruzioni dello spartitraffico, ma prima o dopo. Vi faccio un disegno per renderlo più comprensibile.

In india si prende sempre la strada più corta, perché si ha fretta di arrivare dove si deve arrivare a tutti i costi, anche se questa strada implica dei tratti più o meno consistenti in contromano. È tutto normalissimo. (Ah, per precisare, hanno fretta mentre viaggiano ma poi a fare qualsiasi cosa sono lentissimi e perdono una vagonata di tempo).
Le macchine in contromano sono solo una delle cose che bisogna schivare in GTA Tata Road Edition, ce ne sono poi molte altre: le mucche, che pascolano tranquillamente nelle aiuole spartitraffico e ogni tanto poi si stufano e attraversano la strada, i tuk tuk e le moto che fanno a zig zag tra le altre macchine ed in generale ogni mezzo che ti ritrovi davanti. Perché ogni corsia è larga da far passare due macchine in due corsie separate, teoricamente una per la crociera normale e una per il sorpasso, in pratica ognuno viaggia nella corsia che preferisce e nel senso di marcia che preferisce. Tutto in sicurezza.
Tutta questa mega introduzione per dirvi che la canzone di oggi me l’ha consigliata Federica e l’ha scelta durante un viaggio in Tata Road. Erano in macchina con Paolo (citato qui 12/08) e viaggiavano tra tutti questi ostacoli ascoltando la musica che aveva su chiavetta, che principalmente comprendeva Pino Daniele e gli U2. Ad un certo punto è passata “When love comes to town” e molti dei passeggeri non la conoscevano, ma essendo orecchiabile e ripetitiva son finiti a far finta di suonare una di quelle chitarre rosse fiammanti durante l’assolo, e tutti (proprio tutti) per un minuto hanno strizzato gli occhi e mosso rapidamente le dita sulle corde di quelle chitarre immaginarie. Paolo compreso.
Perché se per un minuto stacchi le mani dal volante per suonare strumenti finti in Tata Road è tutto normale. E non puoi fare altro che accettarlo e sperare di arrivare in foresteria sano e salvo, schivando tutti gli ostacoli e facendo il punteggio migliore al videogame.

Trovi qui la playlist “Indian Tapes” per accompagnare la lettura:

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