Le popolazioni ādivāsī

Il termine ādivāsī è il risultato dell’unione di due parole sanscrite: il prefisso ādi (originario) e vāsī (abitante) e la traduzione letterale in italiano risulta essere abitanti originari. Il termine indica alcune popolazioni presenti nel subcontinente indiano considerate tribali e indigene. È molto importante sottolineare la differenza tra questi due termini, dei quali uno non implica necessariamente l’altro: l’identità ādivāsī si estende fra diverse lingue, nomi e territori e non si basa solamente sul fatto di essere abitanti originari dell’India. Inoltre, nonostante leggi costituzionali che dovrebbero tutelarli, gli ādivāsī si vedono spesso negati i loro diritti sulle risorse presenti nel territorio in cui vivono., gli ādivāsī subiscono purtroppo innumerevoli ingiustizie in un Paese che, anziché salvaguardarli come patrimonio culturale, li rende spesso invisibili e muti. Nel corso dei secoli hanno resistito ai tentativi di sottomissione e assimilazione rifugiandosi sempre più all’interno di diverse aree dell’India, in aree isolate e impervie (evidenziate in verde scuro nella mappa che segue). Per secoli sono riusciti a mantenere una relativa autonomia continuando a vivere in rapporto simbiotico con l’ambiente naturale che li ha ospitati, praticando un’agricoltura di base, la caccia, la raccolta di frutti spontanei, il piccolo artigianato e accumulando preziose conoscenze sulle foreste, sulle piante e sul loro uso nell’alimentazione e nella medicina.

Fonte: Census 2011

Il governo indiano parla di ādivāsī in termini di Scheduled Tribes (ST), ma nella costituzione i criteri impiegati per selezionare le ST non vengono enunciati chiaramente e nella pratica non vengono applicati in modo sistematico. Inoltre, la Costituzione indiana riconosce sotto il nome di ST solo 212 gruppi, quando in realtà se ne stimano oltre 400.

A livello teorico rientrare nella categoria ST comporta alcuni privilegi come, ad esempio, l’accesso a quote riservate nell’impiego pubblico, nella politica e nelle scuole. Inoltre il governo dispone provvedimenti volti a preservare la lingua e la cultura tribale e leggi speciali riguardanti l’amministrazione delle aree tribali. Nella pratica, però, quanti di questi vantaggi possono realmente essere definiti tali? Quante persone vengono riconosciute sotto questo nome e quindi hanno accesso a queste protezioni? L’India quanto tutela realmente le aree e le persone tribali?

Pensando a una minoranza si potrebbe commettere l’errore di pensare che gli ādivāsī siano pochi, ebbene non è così: essi costituiscono l’8.6% della popolazione indiana (che ammonta a oltre un miliardo di abitanti, di conseguenza si  parla di oltre 100 milioni di individui).

Come già accennato sopra, le varie traversie per l’ indipendenza hanno portato queste popolazioni a isolarsi sempre di più. Alcuni studiosi e studiose affermano che non abbiano vissuto da sempre nelle foreste, ma che siano stati in primis la colonizzazione dei terreni coltivabili da parte degli hindū e, in un secondo momento, la colonizzazione inglese ad aver causato gli innumerevoli spostamenti e riadattamenti di queste popolazioni.

La capacità di adattamento ha permesso loro non solo di sopravvivere, ma anche di sviluppare un rapporto simbiotico con il territorio in cui risiedono. Le tribù dipendono dalle terre in cui abitano, sia perché da esse traggono i beni di sussistenza sia perché sono diventate ormai la loro casa. Tuttavia la dipendenza dal territorio non è solo economica, ma anche culturale: queste comunità si identificano ancora oggi con attività legate alla natura e hanno sviluppato negli anni un vero e proprio culto nei suoi confronti. Questi culti vengono definiti “sarna” e implicano un forte legame con l’ambiente che circonda il credente. Perdere la propria terra diventa quindi, oltre che un grave danno economico, un dramma culturale e spirituale. Molti in India ritengono che questi gruppi etnici debbano essere coinvolti nel progresso sociale ed economico della nazione, tuttavia c’è il rischio che questo processo conduca alla loro omologazione senza un’operazione di salvaguardia delle loro conoscenze e tradizioni e senza un degno riconoscimento della loro storia e cultura.

Per parlare della tutela da parte dell’India di queste aree bisogna fare un piccolo passo indietro: il mancato sviluppo economico delle regioni centro e nord-orientali ad alta densità di ādivāsī rappresenta per lo Stato indiano un grave problema sociale tuttora irrisolto. Il problema è aggravato dai numerosi conflitti giuridici e politici in corso per la proprietà delle terre. Le regioni dell’India comprese nel cosiddetto “corridoio rosso” sono infatti ricchissime di risorse minerarie che fanno gola a molte imprese multinazionali. Ma questi terreni appartengono agli ādivāsī, che li abitano da secoli e che in numerose occasioni sono state vittime di espropri.
Infine il discorso sulle quote a loro riservate ha una sua ambiguità, perché se da un lato garantisce ai catalogati ST di accedere a determinate posizioni e infrastrutture, dall’altro amplifica il divario già esistente tra i vari abitanti dell’India, facendo nascere conflitti nuovi e rendendo l’integrazione sociale sempre più difficile.

Per approfondire, vedi qui.