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Indian Tapes _#15_#16_#17_

Istruzioni per l’uso:

• Mettersi comodi e infilarsi le cuffiette
• Far partire la playlist (che trovi in fondo alla pagina) possibilmente con la canzone associata alla giornata che state per leggere
• Leggere tutto d’un fiato, così come è stato scritto dalla sottoscritta
• Se necessario rimettere la canzone da capo, chiudere gli occhi e immaginare.

Indian tapes #15 _ 19.08.2018

Oggi è stata una giornata no.
D’altronde fino ad ora vi ho raccontato solo cose belle o molto belle: emozioni forti, risate, gruppo, amicizia, condivisione. Ma non può essere sempre tutto al top.
La mattina è iniziata con il mio corpo che si è ribellato al cibo indiano, era ovvio che sarebbe successo, ci sono voluti 15 giorni ma è successo. Questo ha significato pasti a base di pane asciutto e riso in bianco, non vi dico che bontà (tra l’altro in India è molto comodo stare male, non devi neanche scombinare i piani dei cuochi per farti fare il riso in bianco visto che è la portata principale di ogni pasto di ogni giorno).
Essendo domenica è nuovamente giorno “libero”, ovvero in cui si fanno mille cose ma non nella scuola.
L’attività oggi è stata andare nei villaggi per incontrare le persone che ci vivono e che ci avrebbero accolto e portato in giro a vedere con i nostri occhi come sono i villaggi e cosa significa viverci. Ci siamo divisi in quattro gruppi e siamo andati in villaggi diversi. Al mio gruppo è toccato un accompagnatore che con l’inglese non ci andava proprio d’accordo, inoltre siamo arrivati in questo villaggio un po’ sperse e alla fine non è stato un bel momento. Mi sono sentita un pesce fuor d’acqua per tutto il pomeriggio e io ci sto da dio nell’acqua.
Tornate in foresteria tutti gli altri gruppi ci hanno raccontato di quanto fosse stata figa la loro gita, dei bimbi che li hanno accolti con ghirlande di fiori, dei capi villaggio e del momento chai (che per i profani è un tipo di tè con il latte molto tipico dell’India); quindi la già-non-magnifica esperienza ha subìto un colpo di frusta non indifferente. Infine il mio telefono mi ha ricordato che mi manca la microSD e che quindi avevo già la memoria piena, cosa che con 20 giorni di viaggio rimanenti non è una bella prospettiva. Quindi ho aperto la cartella WhatsApp images e ho iniziato a cancellare tutte le “foto minchiate” ricevute dai mille mila gruppi di cui faccio parte. Quando sono arrivata alle foto della Norvegia mi è venuta una nostalgia assurda. Trondheim, le Lofoten, MDSB, Cami e Fede, le cabin, Moholt e Steinan, il freddo e la neve.
Riassumendo è stata proprio una giornata no. Quindi oggi non ho canzoni. Sono triste. Sono sul letto a scrivere, in camera, da sola, sono stanca e non in forma.
Oggi c’è solo silenzio e rumore di grilli e cicale fuori dalla finestra con la zanzariera fissa di fronte al mio letto a castello.

Indian tapes #16 _ 20.08.2018

Mi sono pentita di non avervi consigliato una canzone ieri, quindi oggi ne avrete due.
La prima è di Alice D., una ragazza del mio gruppo che ha vissuto la disavventura dei villaggi di ieri con me. La canzone è “East Harlem” dei Beirut. Loro sono un gruppo indie folk americano e la canzone è una specie di ballata che racconta di una ragazza che aspetta e di situazioni che si ripetono. È un po’ malinconica e ad Alice la vita nei villaggi che abbiamo intravisto ieri le ha ricordato questa canzone. Il concetto del tempo ciclico, delle azioni che si ripetono, della vita scandita dal susseguirsi delle stagioni e dal lavoro nei campi. Le riunioni del villaggio divisi tra uomini e donne, le tradizioni come il lavaggio di mani e piedi agli ospiti, il sedersi tutti in cerchio su stuoie intrecciate stese sulla terra nuda. Sono tutte cose che Ali ha rivisto in questa canzone, e forse un pochino potrete immaginarle anche voi sentendola. La parola chiave in ogni caso è ASPETTARE, che il tempo faccia il suo corso, che le cose succedano e segnino il corso naturale degli eventi.
Scrivendo la canzone di Alice di rimando mi è venuta in mente “Some Nights” dei Fun. che nel testo ha alcune frasi che mi rispecchiano bene in questo momento.
“What are you waiting for?” è la prima. Sì, perchè a questo punto, a metà della mia permanenza in India che cosa mi aspetto? Che possa migliorare? Che possa andare peggio? Che sentirò la mancanza di casa? Che sarò triste di dover tornare? Non so rispondere. Forse non voglio neanche provarci. Perché in questo viaggio voglio liberarmi un po’ dai mille castelli che mi faccio sempre riguardo alle situazioni. Quindi “pensare meno e agire di più” è stato il motto con cui sono partita.
“Who am I?” è la seconda frase di questa canzone che mi ha acceso la lampadina. Sono partita, come vi ho appena detto, con l’intenzione di vivere alla giornata, ed effettivamente lo sto facendo. Mi stupisco di me stessa. Non ho internet, ho un solo cellulare vecchio che divido con altre due ragazze su cui ho un solo gruppo WhatsApp della mia famiglia per scrivere ogni giorno “ciao, sto bene” e mandare due foto. E sto bene così. L’idea di “mettere l’internet” sul mio telefono, ricevere tutti i messaggi dei gruppi, sprecare del tempo per leggerli e rispondere mi fa quasi sentir male. Sono contenta, mi sto disintossicando.
Non so in che giorno vivo e non vedo la necessità di doverlo sapere.
Forse avevo davvero bisogno di un’esperienza così.

Indian tapes #17 _ 21.08.2018

Manca davvero poco alla partenza da Jareya ed è iniziata la caccia a “chi manca nella rubrica Indian Tapes” per non dimenticare nessun componente di questo gruppone (probabilmente qualcuno lo dimenticherò comunque, quindi chiedo già scusa in partenza).
Nel frattempo penso sia anche arrivato il momento di spiegarvi geograficamente dove sono. Quando sono arrivata a Delhi (India del nord, al centro) ho preso un aereo per Ranchi (nord-est, stato del Jharkhand). Da Ranchi per arrivare alla foresteria, situata vicino ad un villaggio di nome Jareya, è necessario fare ancora 40 minuti in macchina (o pullmino se devi muovere 21 persone per volta). Questi 40 minuti sono principalmente percorsi sulla Tata Road, una strada molto grossa, che potremmo assimilare per funzione alle nostre tangenziali, molto pericolosa e lunghissima. Jareya è circa al 25esimo km della Tata Road da Ranchi.
Questa Tata Road è un’entità abbastanza difficile da immaginare senza averne percorso almeno un piccolo pezzo: per farvi un esempio il più comprensibile possibile la paragonerei ad un video game.
Ci sono due corsie, una per senso di marcia, divise da un’aiuola che funge da spartitraffico, quest’ultima è occasionalmente interrotta per permettere le svolte a destra e sinistra attraversando la corsia opposta. L’unico intoppo è che spesso e volentieri le strade secondarie in cui vuoi svoltare non sono in corrispondenza delle interruzioni dello spartitraffico, ma prima o dopo. Vi faccio un disegno per renderlo più comprensibile.

In india si prende sempre la strada più corta, perché si ha fretta di arrivare dove si deve arrivare a tutti i costi, anche se questa strada implica dei tratti più o meno consistenti in contromano. È tutto normalissimo. (Ah, per precisare, hanno fretta mentre viaggiano ma poi a fare qualsiasi cosa sono lentissimi e perdono una vagonata di tempo).
Le macchine in contromano sono solo una delle cose che bisogna schivare in GTA Tata Road Edition, ce ne sono poi molte altre: le mucche, che pascolano tranquillamente nelle aiuole spartitraffico e ogni tanto poi si stufano e attraversano la strada, i tuk tuk e le moto che fanno a zig zag tra le altre macchine ed in generale ogni mezzo che ti ritrovi davanti. Perché ogni corsia è larga da far passare due macchine in due corsie separate, teoricamente una per la crociera normale e una per il sorpasso, in pratica ognuno viaggia nella corsia che preferisce e nel senso di marcia che preferisce. Tutto in sicurezza.
Tutta questa mega introduzione per dirvi che la canzone di oggi me l’ha consigliata Federica e l’ha scelta durante un viaggio in Tata Road. Erano in macchina con Paolo (citato qui 12/08) e viaggiavano tra tutti questi ostacoli ascoltando la musica che aveva su chiavetta, che principalmente comprendeva Pino Daniele e gli U2. Ad un certo punto è passata “When love comes to town” e molti dei passeggeri non la conoscevano, ma essendo orecchiabile e ripetitiva son finiti a far finta di suonare una di quelle chitarre rosse fiammanti durante l’assolo, e tutti (proprio tutti) per un minuto hanno strizzato gli occhi e mosso rapidamente le dita sulle corde di quelle chitarre immaginarie. Paolo compreso.
Perché se per un minuto stacchi le mani dal volante per suonare strumenti finti in Tata Road è tutto normale. E non puoi fare altro che accettarlo e sperare di arrivare in foresteria sano e salvo, schivando tutti gli ostacoli e facendo il punteggio migliore al videogame.

Trovi qui la playlist “Indian Tapes” per accompagnare la lettura:

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