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News Racconti dai campi

Indian Tapes _#9_#10_#11_

Istruzioni per l’uso:

• Mettersi comodi e infilarsi le cuffiette
• Far partire la playlist (che trovi in fondo alla pagina) possibilmente con la canzone associata alla giornata che state per leggere
• Leggere tutto d’un fiato, così come è stato scritto dalla sottoscritta
• Se necessario rimettere la canzone da capo, chiudere gli occhi e immaginare.

Indian tapes #9 _ 12.08.2018

Oggi è domenica.
È una settimana che siamo qui e mi sembra siano passati mesi e allo stesso tempo mi sembra ieri che abbiamo fatto quel viaggio impensabile di 44 ore. La domenica dovrebbe essere fatta per riposare ma qui vivendo in comunità non si può ovviamente pensare di stare a cazzeggiare nel letto per riprendere le forze.
Forse non vi ho ancora spiegato com’è la vita in questo posto ed è arrivato il momento di farlo. Siamo 21 campisti che “mandati” da Jarom Onlus si occupano di progetti all’interno della Nawa Maskal School a Jareya (vicino a Ranchi, nello stato del Jharkhand, nel nord-est dell’India per localizzarci sul mappamondo). Siamo ospitati nella foresteria a fianco della scuola gestita da Don Paolo e dai ragazzi indiani che vivono con lui, alcuni frati e alcuni novizi che stanno studiando per prendere i voti.
La vita in comunità non è semplice. Già non è semplice in Italia, figuriamoci qui dove siamo 20 ragazze campiste (sì, c’è un solo pover’uomo di cui vi parlerò prossimamente) e una quindicina di ragazzi indiani. Un gruppo di persone che sono diverse in tutto e per tutto e devono condividere spazi con la barriera della lingua e quella ancor più ingombrante della cultura. Per fortuna abbiamo Don Paolo che tra una battuta e l’altra si destreggia tra italiano, inglese e hindi per spiegare tutto a tutti senza fraintendimenti e far funzionare le cose. E ci riesce.
Paolo non vuole essere chiamato “Father” o “Don”, i nomignoli invece più quotati sono “Pablo”, “Paul” o “Pà”. Mi fa scassare. Ed è davvero piacevole fare due chiacchere con lui. L’altra sera stavo raccontando della rubrica e ovviamente gli ho detto che prima o poi sarebbe stato interpellato.
Oggi è arrivato il fatidico giorno e la sua canzone è “I still haven’t found what I’m looking for” degli U2. L’ho trovato in cucina a tagliare a pezzi una mucca per poi farne salsicce (sì, qui si fa tutto come una volta, anche tagliare una mucca intera, di quelle che allevano a 50 mt dalla foresteria. È un lavoro necessario per sfamare tutti e Paolo si occupa pure di questo), e abbiamo rimandato la spiegazione della scelta della canzone a un momento più tranquillo. Così nella pausa di decompressione pre-nanna sotto il porticato, nella quale si alterna la posta del cuore a discussioni di politica ed economia, mi ha portato un foglietto con il titolo e mi si è seduto a fianco a raccontare. Anni fa ha fatto un video con questa canzone di sottofondo per raccontare il suo primo periodo in India nel quale girava nei villaggi e si immergeva per la prima volta in questa realtà così diversa ed eterogenea che caratterizza questo paese. Qui tutti cercano qualcosa e lo continuano a cercare perché evidentemente non l’hanno ancora trovato. L’esempio lampante sono le religioni: in India ci sono induisti, sikh, buddisti, musulmani e cristiani (e parliamo solo delle religioni “grandi” e ben conosciute ai più), per non parlare di tutte le religioni minori presenti in villaggi e comunità più isolati. Questo è un chiaro esempio di come si stia cercando una risposta a qualcosa e di come ogni religione suggerisca una soluzione che evidentemente non è quella finale che può soddisfare tutti, altrimenti non nascerebbe ogni tre per due un nuovo Credo.
La religione è solo uno dei tanti esempi che si potrebbero fare; l’India è davvero un mondo pieno di contraddizioni. È grande, caotica, con vette con ghiacciai e spiagge di sabbia bianca, quartieri poverissimi e templi d’oro. Un mondo in cui ognuno cerca di vivere e/o sopravvivere nel migliore dei modi affidandosi a un Dio che prende mille nomi differenti; cercando una strada che porti in luoghi diversi che possano essere casa o in quei luoghi che già sono casa per sentirli più tuoi.
Tutti stanno cercando qualcosa, anche noi venendo qui siamo caduti in questa trappola e dobbiamo rassegnarci alla verità che, nonostante tutto, la ricerca non è ancora finita.

Indian tapes #10 _ 14.08.2018

Da quando ho iniziato a raccontare di Dischirotti e della rubrica tutti mi dicono “Virgi guarda che se vuoi io ho una canzone che andrebbe proprio bene!”. Che gioia vedere la gente gasata quanto me per questo progetto!
Alice C, detta anche Cereali (che per inciso è il soprannome più figo della storia), è una delle prime che mi ha detto la frase sopracitata quindi sarà la prima a usufruire del suo spazio in questa rubrica per raccontare la sua canzone.
La sua scelta è stata “Spirit bird” di Xavier Rudd. Facendo un mega riassunto: prima di partire Alice lungimirante ha scaricato un po’ di musica a caso dall’account di Amazon Prime Music del suo ragazzo per avercela offline. Tra le varie canzoni ha scaricato anche questa, non conoscendola, e quando l’ha sentita la prima volta (in aeroporto aspettando la coincidenza per Delhi) ha pianto. Specifichiamo: Ali piange per moltissime cose, in particolare per i bambini. Nella canzone ad un certo punto parte un coro di bimbi e probabilmente tra la stanchezza e la sua solita inclinazione alle lacrime facili questo è stato il risultato.
Xavier Rudd è un polistrumentista australiano e la storia di questa canzone è super affascinante. Si trovava nel mezzo del deserto australiano quando si è trovato davanti questo “spirit bird”, un uccello molto raro che gli ha fatto pensare a tutta la storia che può esserci dietro un luogo. Ha iniziato a pensare a quante persone sono passate in un certo posto e a tutte gli eventi che hanno vissuto e a come tutte queste cose con il tempo vengano perse.
“Keep fighting for your culture” è la frase che si ripete verso la fine. Per far sì che tutte queste storie e tradizioni non vengano perse occorre continuare a lottare per la propria cultura. E questo lo si può applicare alla realtà in cui stiamo vivendo ora. Qua a Jareya e in tutto lo stato del Jharkhand ci sono moltissimi Adivasi che sono la popolazione indigena indiana, che, per semplificare all’osso, corrisponde agli aborigeni australiani o agli indiani d’America. Gli Adivasi abitano in un territorio ricco di risorse minerarie di cui il governo vuole appropriarsi. Per far ciò stanno cercando di screditare la loro cultura e di farli scomparire poco alla volta. Quindi “keep fighting for your culture” è esattamente quello che la popolazione Adivasi sta facendo.
Jarom Onlus abbraccia questa causa e i nostri campi hanno come obiettivo proprio questo: uno scambio culturale Italia-India che possa aiutare i bimbi a ricordarsi e praticare le loro tradizioni, con balli e canti popolari e non solo, e a continuare a farlo per non far sparire per sempre una cultura.

Indian tapes #11 _ 15.08.2018

“15 Agosto” per tutti noi italiani significa Ferragosto (che per proprietà transitiva significa grigliatona).
Per i cristiani è il giorno dell’assunzione di Maria, per i cinesi la festa degli innamorati, per gli indiani l’Indipendence Day, ovvero il giorno in cui nel 1947 l’India è diventata indipendente dal governo inglese. Per questo motivo si fa una grande festa in tutte le scuole e le piazze a cui ovviamente noi abbiamo partecipato come ospiti d’onore: ci hanno appuntato delle coccarde sulle maglie e ci hanno fatto sedere in tribuna, subito dietro preside e vicepreside. Le “regole” per celebrare/festeggiare l’Indipendence Day sono uguali in tutta l’India: ci deve essere la cerimonia dell’alzabandiera prima delle 8.00, deve essere cantato l’inno e la bandiera deve essere abbassata prima che cali il sole. Tutto il resto può essere aggiunto a piacere, per esempio qui hanno organizzato una specie di parata condita con canti, balli e scenette per la durata di circa tre ore. Ad essere sincera è stato tutto molto trash, come d’altronde è qualsiasi cosa in India, a partire dalle case, per passare alle canzoni, agli abiti tradizionali e a tutto ciò che potete immaginare chiassoso e colorato.
Per rimanere assolutamente nel tema ho deciso che la canzone di oggi sarebbe stata l’inno dell’India.
Il testo e la musica sono di Rabindranath Tagore, Premio Nobel per la letteratura del 1913. Il testo consiste nella prima delle cinque strofe del poema di Tagore, scritto in lingua bengalese, l’inno è molto breve, tant’è che i bimbi della scuola lo cantano ogni mattina dopo la preghiera. La versione che vi aggiungo è assolutamente diversa da quella che ho “imparato” io con i bimbi, perché è molto più smielata e lagnosa, però in ogni caso non posso fare a meno di cantare sul finale “Jaya eh, jaya eh, jaya jaya jaya jaya eh!”

Trovi qui la playlist “Indian Tapes” per accompagnare la lettura:

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